Oggi ho fatto questo benedetto colloquio. Sì, uno di quelli dove arrivi carica, sorridente, professionale ( anche se già non è che mi ispirasse molto) e ne esci con l’irrefrenabile voglia di farti un Negroni alle 11 del mattino.
La recruiter, già al primo sguardo, non trasmetteva né empatia né passione. Occhi spenti, tono piatto, e quel modo di parlare che sembra quasi stia leggendo una lista della spesa. Il massimo dell’engagement.
Dopo otto anni di esperienza nel settore, una gestione quotidiana di team, obiettivi, persone e problemi reali, mi sento dire che per loro potrei “partire da un quarto livello”… gestendo però dodici persone. Dodici. Come se l’esperienza accumulata fosse un hobby e non un lavoro vero. La ciliegina sulla torta? La frase magica che non manca mai:
“Per noi il benessere dei dipendenti è fondamentale.”
Ah. Ecco. Il famoso slogan delle aziende che, spoiler: non ti vogliono pagare come meriti.
“Siamo una famiglia”, “ambiente dinamico”, “grande possibilità di crescita”… tutte varianti di un’unica, inquietante realtà: faremo lavorare tanto e pagare poco.
La parte migliore? Nella mia testa la frase si è automaticamente completata così:
“Ci teniamo al benessere dei dipendenti” is The New “siamo una famiglia, poi fallisco e scappo con tutti i vostri soldi.”
Perché alla fine, a furia di usare parole vuote, promesse vaghe e contratti al ribasso, è normale che venga da riderci su. Un po’ per non piangere, un po’ perché il cinismo è l’unica autodifesa rimasta.
Il bello? Io voglio lavorare, con passione e responsabilità. Ma almeno che venga riconosciuto. E soprattutto, che chi fa selezione abbia un minimo di reale interesse per le persone, non solo per riempire una posizione su un file Excel.
Quindi sì, oggi è andata male. Ma almeno mi ha ricordato con forza una cosa:
non mi accontenterò mai più di chi parla di “famiglia” e poi ti tratta come una risorsa da spremere.
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