Stasera siamo andati al luna park. Solo io e lui. Niente pappe, pannolini, pianti da decifrare come codici segreti della NASA. Solo noi due, mamma e figlio maggiore. Una rarità quasi mitologica da quando è arrivato Manuel, il fratellino che ha preso (giustamente) il centro della scena con urla da tenore e fame da wrestler.
E così eccoci lì, in mezzo a luci psichedeliche, zucchero filato che si attacca ovunque tranne che in bocca, e musica anni ’90 sparata a volumi che renderebbero sordi anche i cartelloni pubblicitari.
Abbiamo fatto tutto: la pesca dei premi, i calci ai palloni impossibili, il giro sulla mini-giostra che secondo lui “è da grandi” (e secondo me anche da mal di schiena). Rideva. Rideva tanto. E io ridevo con lui. Di cuore. Di pancia. Di quelle risate che ti servono come l’acqua dopo una salita.
Perché la verità è che da quando è nato Manuel, io e lui ci siamo un po’ persi. Non per colpa di nessuno, sia chiaro, ma perché il tempo si è ristretto come una maglietta in lavatrice. Ma stasera, anche solo per un paio d’ore, siamo tornati ad essere solo noi due. Come all’inizio. Come quando era tutto nuovo e mi guardava come se fossi l’unica cosa bella al mondo. E forse lo ero davvero.
E mentre prendeva la mira per acchiappare l’ennesimo pesciolino di plastica, io lo guardavo e pensavo: “Quanto mi sei mancato, anche se ti ho avuto sempre accanto”.
Poi mi ha chiesto se potevamo tornare anche domani. Ho risposto di no, che il luna park c’è solo una volta all’anno. Ma dentro di me ho pensato che certe giostre dovremmo salirci più spesso. Quelle del tempo condiviso. Quelle delle risate sincere. Quelle dove non servono gettoni ma solo la voglia di esserci, davvero.
Ecco, questa serata è stata la nostra giostra. E non smetterò mai di salirci.
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