Ecco lui.
È Manuel.
Lo stesso bambino che cinque minuti fa mi faceva disperare perché voleva le scarpe ma non le calze, il biscotto ma non quello lì, le coccole ma solo stando in piedi su un piede.
E poi, cinque minuti dopo, eccolo…
Immerso nel cesto dei giochi, con la testa bassa, serissimo, come se stesse lavorando a un piano segreto per conquistare il mondo con un peluche e una macchinina.
E io lì a guardarlo, a ridere tra me e me, e a dimenticare tutto il resto.
I nervosismi, la stanchezza, il “non ce la faccio più” di qualche istante prima… tutto svanito.
Perché siamo strani, noi genitori.
La sera diciamo: “Non vedo l’ora che si addormenti, così mi riposo.”
E poi dormono… e li guardiamo per minuti interi, in silenzio, come se il cuore avesse bisogno di ricaricarsi della loro dolcezza.
Quando sono piccoli, sogniamo il giorno in cui diventeranno autonomi.
“Quando parlerà sarà più facile”, ci diciamo.
“Quando mangerà da solo, sarà tutto più semplice.”
E poi parlano, camminano, fanno tutto da soli…
E noi riguardiamo le loro foto con gli occhi lucidi, con quella malinconia dolce che sa di copertina stropicciata e latte tiepido.
La verità è che crescono sempre un po’ prima di quando siamo pronti.
E noi viviamo costantemente in bilico tra il desiderio di riprenderci un po’ di spazio…
…e quello di non perderci nemmeno un secondo di loro.
Manuel è così.
Un concentrato di caos e magia, di pianti improvvisi e risate contagiose, di crisi da scarpe sbagliate e momenti in cui mi insegna, senza saperlo, cos’è la felicità semplice.
Forse è questo il bello dell’essere genitori:
amare tutte le versioni dei nostri figli… anche quelle che ci fanno impazzire.
Anzi, soprattutto quelle.
Lascia un commento