Quella giornata in cui teoricamente dovresti riposare, ma in pratica fai tutto quello che non riesci a fare mentre lavori. Tipo la tinta. Dopo soli… sei mesi. Sei. Direi un record olimpico di procrastinazione.
Entro dal parrucchiere talmente disastrata che la parrucchiera non mi ha nemmeno riconosciuta. Ha fatto quel mezzo sorriso educato da “Buongiorno… chiunque lei sia”, mentre io cercavo di domare la chioma che sembrava uscita da un documentario sulla vita selvaggia. Mi siedo, respiro e penso: almeno adesso mi rimetto in sesto.
Peccato che nel frattempo il mio telefono suona senza pietà. Chiamate, messaggi, vocali. A un certo punto avevo così tante notifiche che sembrava stessi dirigendo un call center internazionale invece di fare la tinta. La mantellina amplifica ogni vibrazione come un megafono: una vera esperienza multisensoriale.
Intanto la tinta fa effetto e io inizio a percepire quella sensazione mistica da “sto rinascendo”. Tipo una fenice, sì, ma con la carta stagnola in testa e zero glamour. Il parrucchiere passa, mi controlla la testa e mi dice “ancora cinque minuti” con lo stesso tono rassicurante con cui un tecnico annuncia che forse il Wi-Fi tornerà.
E finalmente arriva il momento più sacro:
lo shampoo paradisiaco. Quello che solo al parrucchiere suona come un massaggio rilassante, mentre a casa sembra un tutorial su “come allagare il bagno”. L’asciugatura dura quanto una stagione di una serie TV, ma ne esco trasformata.
Mi guardo allo specchio e mi vedo splendida, luminosa, pronta a conquistare il mondo. O almeno il parcheggio, che è già qualcosa. Esco dal salone camminando al rallentatore come in una pubblicità di profumi, anche senza vento.
E adesso sono bella, fresca di parrucchiere… e pronta per andare a pulire. La vita glamour che tutti ci invidiano.
Day off — or so they say. 🙄
That magical day when you’re supposed to rest, but you actually end up doing everything you can’t do while working. Like getting your hair colored. After only… six months. Six. An Olympic-level record in procrastination.
I walk into the hair salon so disastrously unkempt that the hairdresser didn’t even recognize me. She gave me that polite smile that says, “Good morning… whoever you are,” while I tried to tame a mane that looked straight out of a wildlife documentary. I sit down, breathe, and think: at least I’m finally getting fixed up.
Too bad my phone keeps ringing without mercy. Calls, messages, voice notes. At one point I had so many notifications that it felt like I was running an international call center instead of getting my hair done. The cape amplifies every vibration like a megaphone — a truly multisensory experience.
Meanwhile the color starts working, and I begin to feel that mystical sensation of “I’m being reborn.” Like a phoenix, yes, but with foil in my hair and absolutely zero glamour. The hairdresser walks by, checks my head, and says “five more minutes” with the same reassuring tone of a technician promising the Wi-Fi might come back.
And then the sacred moment arrives:
the heavenly shampoo. The one that feels like a spa ritual only at the salon — at home it somehow turns into “how to flood your bathroom in 30 seconds.” The blow-dry lasts as long as an entire TV season, but I walk out transformed.
I look in the mirror and see myself radiant, glowing, ready to conquer the world. Or at least the parking lot, which is already something. I walk out of the salon in slow motion, like a perfume commercial, even though there’s zero wind.
And now I’m fresh from the hairdresser, feeling fabulous… and ready to go clean. The glamorous life everyone envies.
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